
Ho sempre fatto la stessa cosa. Cambiava il materiale.
Prendo dei pezzi, li tengo insieme, e ne esce un oggetto che prima non c’era e che deve funzionare davvero. Per anni sono stati caratteri, carta e inchiostro. Oggi sono agenti AI e software in produzione.
Sotto, il mestiere è identico: scegliere cosa vale la pena fare, dare una forma che regga, e rispondere del risultato quando qualcuno lo usa.
Come ci sono arrivato
In ordine, senza saltare i pezzi scomodi.
Una tipografia
Ho cominciato con una tipografia. Macchine da regolare, carta da scegliere, inchiostro che asciuga come vuole lui. È lì che ho imparato le due cose che non mi hanno più lasciato: che la forma decide il senso, e che un lavoro o esce bene o non esce. La carta avorio e il nero di questa pagina non sono un vezzo grafico: sono da dove vengo.
Agente di commercio, poi area manager
Anni passati a vendere di persona, con il campionario in macchina e i chilometri veri. Poi a coordinare chi vendeva. È il pezzo che ai tecnici manca quasi sempre: un prodotto esiste solo quando qualcuno lo compra, e chi sta davanti al cliente sa cose che nessun documento contiene.
Editore di libri
Tredici anni a pubblicare. Decidere cosa esce e cosa no, lavorare i testi con gli autori, scegliere una copertina, guardare i numeri di resa. Un catalogo funziona esattamente come un portafoglio di prodotti: poche cose reggono tutto il resto, molte non torneranno, e il mestiere sta nel capire in fretta quali sono quali.
Satisfiction
Ho fondato Satisfiction, rivista letteraria. Nata senza budget, tenuta in piedi da una redazione che ci credeva. Mi ha insegnato come si costruisce un pubblico dal niente: pubblicando con continuità quello che gli altri non pubblicavano, e non smettendo quando non guardava nessuno.
Direzione tecnica
Sono passato dall’altra parte del tavolo: architetture, team, prodotti da mandare in produzione e soprattutto da tenere in piedi. Con un vantaggio sleale — arrivavo dal mercato e dall’editoria, quindi la domanda «per chi lo stiamo facendo» me la facevo prima di «con quale stack».
Incubatore, agenti AI, portafoglio
Oggi ho un incubatore dove nascono startup AI-first e mando avanti un portafoglio di prodotti software affidati ad agenti AI: scrivono codice, seguono i clienti, tengono in piedi le operations. Il mio lavoro è dirigerli — dare mandati, mettere vincoli, verificare il risultato — e insegnare ad altre aziende a farlo. Non è una previsione sul futuro: è il modo in cui viene mantenuta anche questa pagina.
In famiglia costruiamo organi da chiesa
Strumenti fatti a mano, uno alla volta, con tecniche che hanno qualche secolo. Un organo si progetta per la chiesa in cui andrà: le canne si intonano lì dentro, a orecchio, una per una. Poi resta in funzione per generazioni.
Di mestiere sto all’estremo opposto per velocità: un agente può rifare un prodotto in una notte. Proprio per questo l’organo me lo tengo davanti. È il promemoria che quello che conta non è quanto in fretta l’hai fatto, ma quanto dura e come suona quando lo usa qualcun altro.
Il resto della giornata
Cucino, ed è l’unica cosa che mi obbliga a stare nei tempi di qualcun altro. Gioco a basket e a tennis, corro, vado in palestra: mi serve un posto dove non si può barare e il risultato arriva subito.
Suono la chitarra e canto — abbastanza male da farlo solo per il gusto di farlo. E poi c’è l’informatica, che per me è stata un gioco molto prima di diventare un lavoro, e continua a esserlo nelle ore in cui nessuno mi paga per farla.
Parliamo di cosa vuoi far funzionare
Un’ora vera, con una diagnosi alla fine. Se non ho niente di utile da dirti, te lo dico subito.
